A Piacenza… c’era una volta il tram

piacenza,_il_tram_in_piazza_cavalliPersonalmente ho “scoperto” il tram quando per motivi di studio ho trascorso molto tempo a Milano dove lo chiamano affettuosamente “Gamba De Legn”, e mi è piaciuto subito! Più tardi ho appreso che era in uso anche a Piacenza. Quanti di voi lo sapevano? Il suo arrivo è annunciato da un insieme di momenti che si ripetono sempre uguali: prima i fili della corrente elettrica tintinnano, poi un vago suono meccanico che cresce sempre di più fino a divenire rumore di metallo in movimento e poi una brusca frenata. Solo allora le porte a soffietto sbattono e nell’aprirsi le cerniere cigolano. La porta aperta sui gradini alti consente la salita su questo mezzo vecchio, ma pur sempre con un suo fascino. Le versioni moderne, infatti, con esterni verdi o bianchi e gialli, con forme fluide, porte scorrevoli, meccanismi silenziosi e luminosi sono tutt’altro. Basti pensare al suono delle vecchie obliteratrici, completamente diverso da quello attuale elettronico per il riconoscimento del tesserino magnetico. Descritto così sembra effettivamente un mezzo di trasporto di altri tempi, obsoleto e “lento” (più di treno, autobus e della stessa automobile) e nell’immaginario comune appartiene più all’Ottocento che non al secolo scorso. Effettivamente i suoi “antenati” più diretti sono il tram a vapore e quello trainato da animali da soma. Il primo è istituito a Piacenza negli anni ’80 del XIX sec. ad opera di una compagnia inglese, cui si affianca più tardi una società francese. Consentiva principalmente gli spostamenti tra la città e i principali borghi della provincia. Grazie alla sua diffusione capillare sul territorio, Piacenza guadagna in quegli anni il primato per i collegamenti extraurbani (assieme al treno erano allora gli unici mezzi “economici” per raggiungere le località della provincia, se si escludono l’andare a piedi o a cavallo).

Il secondo è introdotto ad opera dei fratelli Adamo e Giacinto Tinelli a partire dal 1902, in una fase di ammodernamento di mezzi e rete ferrata. Il loro progetto, ambizioso e lungimirante, si arena solo sei anni dopo, a causa di una serie di problemi che rendono il servizio poco efficiente.
Tuttavia, quando il tram elettrico arriva in città, agli occhi di tutti pare un mezzo quasi futurista, veloce e modernissimo. Immaginiamo di salire su uno di questi vecchi tram: pronti? Si parteee!!
Se avessimo vissuto in città a inizi Novecento avremmo potuto attraversare Piacenza e vederla molto diversa da come appare oggi, non soltanto per le persone che la animano, ma l’edificato e l’impianto urbanistico sarebbero stati talvolta irriconoscibili. La velocità del mezzo, in realtà piuttosto bassa, eppure allora ritenuta da alcuni pericolosa, ci avrebbe sicuramente consentito di cogliere dettagli quali ad esempio vecchie balaustre di balconcini di palazzi che oggi non ci sono più, signore con gli ombrellini a passeggio e il vociare di bambini con aria monella che giocano per strada, corrono o si fermano affascinati ad osservare uno dei primi fotografi (un amatore).DIGITAL CAMERA
La prima linea urbana di tram a Piacenza, istituita nel 1908 e rimasta in uso fino al 1955, data di soppressione del servizio, percorre le medesime vie dei veicoli ippotrainati. Si parte da Piazza Cavalli e si raggiunge la Stazione ferroviaria, passando per Via Cavour, Via Romagnosi, Piazza Duomo, Via Legnano, Via Alberoni, Viale dei Mille. A Porta Fodesta, raggiungibile con una seconda tratta, c’è una delle due sedi del capolinea. All’inizio sono attive solo due linee, che ben presto diventano 17, indice di quanto il mezzo fosse apprezzato dai piacentini, i quali evidentemente ne usufruiscono parecchio! In vecchie fotografie riconosco, infatti, scorci di Piacenza in cui ogni tanto fa capolino un tram oppure nel manto stradale si distinguono, inconfondibili, le rotaie. Grazie a queste immagini si può ricostruire almeno in parte il percorso che avremmo potuto fare. Via Cavour sarebbe sicuramente apparsa molto diversa rispetto ad oggi, ampia senza le automobili posteggiate ai lati della strada e certamente meno trafficata. In Piazza Cavalli la fermata è situata forse sotto l’incombente statua equestre del Farnese (davanti al “Dado”). In Via dei Mille non avremmo visto il grattacielo, né avremmo riconosciuto la stazione così come appare oggi.
Il tram percorre anche Corso Vittorio Emanuele e Largo Battisti, di cui in un’istantanea si scorge in secondo piano un grazioso palazzo con un’elegante balaustrina a volute vegetali. Quest’edificio verrà abbattuto nel 1934 per far posto all’attuale Palazzo I.N.A. il cui aspetto razionalista non lascia dubbi sulla data della sua realizzazione. Due tram attraversano la piazzetta, considerata allora la passerella della città, in cui passeggiare e incontrarsi. Cosa succede?! Ah, è solo il tramviere che “suona il clacson” ai bambini perché intralciano il transito del mezzo. Perfino questo suono è meno isterico del clacson delle nostre auto, sembra quasi dire: “Per cortesia!” Una delle due vie ferrate si dirige verso il Faxal, il Pubblico Passeggio a lato delle vecchie mura di cinta, l’altro verso Via Garibaldi. Da qui si arriva a Piazza Borgo con la cartoleria storica, quindi probabilmente Via Taverna, l’Ospedale Civile vecchio e infine alla Stazione Ferroviaria.
I tram son tanti e il giro non è ancora finito!! Da qui si riparte verso Via dei Mille, si costeggiano i Giardini Margherita in Via Alberoni e prosegue fino a Piazza Merluzzo (allora Piazza Santa Maria, vicino a S. Savino), dove s’incrocia con una seconda linea. Quest’ultima conduce a Piazzale Roma, il cui monumento simbolo, la Lupa Capitolina, non è ancora stato posato, così come non ci sono la maggior parte degli edifici limitrofi che vediamo oggi, in quanto ancora periferia agricola della città. Ultime tappe Molino degli Orti, San Lazzaro e il Cimitero, man mano che la città estende il proprio territorio.
Foto nonno AlfredoCon questa panoramica riesco a meglio contestualizzare una vecchia foto di famiglia in cui un giovanotto con soprabito lungo, cappello e sigaretta in mano ride rivolgendosi all’obiettivo della macchina fotografica. Sotto i piedi, si distingue chiaramente lo scintillio delle rotaie del tram. La foto è ancora in bianco e nero (siamo negli anni ’30). Il giovanotto con aria da “gangster” è mio nonno, di cui ho un ricordo ben diverso (è irriconoscibile senza i suoi baffoni!!).
Tutte le persone della fotografia sembrano immersi in una dimensione ben distante da quella di oggi, ritmi e stili di vita diversi in cui certamente non è contemplato il problema di dove parcheggiare la macchina!
Di quella Piacenza rimangono tante foto in bianco e nero, e i ricordi di qualche “giovanotto” che prese quei tram. Ben poche sono le tracce rimaste in città: i binari sono stati nascosti da asfalto o pavimentazioni lastricate, la ragnatela di cavi sospesi a mezz’aria non c’è più. Forse rimangono alcuni ganci di sostegno di tali cavi, nelle pareti di alcuni edifici in Piazza Borgo.

Peccato che, forse per far posto a mezzi più moderni, più veloci, a un ideale di miglioramento e progresso che in parte è stato tristemente disatteso, si sia cancellata ogni traccia dell’esistenza del tram in città.

Oggi come allora è bello camminare per le vie di Piacenza, viverla, vivere gli spazi aperti e sentirla un po’ anche propria (non solo traffico e palazzoni), con un ritmo più lento, come avrebbe permesso il tram. Piazza Borgo 2
Sarebbe bellissimo poterlo ripristinare, almeno per alcuni tratti che consentono ad esempio di raggiungere il Centro, limitando così il traffico e restituendo la città ai suoi cittadini. Sarebbe interessante poter sperimentare ibridazioni di mezzi di trasporto pubblico come fanno in Germania, in cui sulle rotaie in città si muove il tram ed è lo stesso mezzo che circolando sulla strada ferrata extraurbana, diventa treno.
Del resto qualcosa del genere a Piacenza già lo si era fatto a inizi Novecento!

Con questo viaggio ideale sul tram inizio il mio “cammino” alla scoperta della Piacenza meno nota, quella che si attraversa ma non si guarda e non si vive. In totale accordo con Federica servono buone scarpe e curiosità, quindi osserviamo la città con il naso all’insù, impariamo a viverla e apprezzarla di più!

Annalisa

 

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